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Petizione per la città di Scicli: Note a pié di pagina

fountain-390788_1280Solo ora, quando il rito dello scioglimento si è consumato,  e si è avviata la fase della amministrazione “straordinaria” mi sembra possa essere utile al confronto in città annotare – con grande serenità -a margine delle polemiche che (  sulla stampa, anche quella on line e nei commenti sui social) hanno accompagnato la nostra petizione per la città di Scicli e di cui  si continua ad avvertire qualche eco.

Osservazioni e note -devo dire- non proprio benevole, con il ricorso ad un linguaggio a volte implicito ed obliquo, del tutto estraneo a quella irrinunciabile dimensione dialogica che deve avere la buona dialettica politica.

In premessa voglio ribadire lo spirito ed il fine della Petizione:

Abbiamo voluto dire ad alta voce, perché convinti che non fosse più sufficiente dircelo a voce bassa e tra di noi, che la nostra è una comunità sana, civile, laboriosa, democratica; abbiamo voluto affermare che Scicli è la città dei pittori del Gruppo di Scicli, della fiction “Il Commissario Montalbano”, dell’UNESCO, dell’Albergo Diffuso, della buona scuola, com’è il liceo statale “Quintino Cataudella” e per questi motivi meritava (e merita)  che venga fatta una netta distinzione tra i descritti  fatti di criminalità mafiosa e di collusione con la politica sottesi alla procedura di scioglimento e la immagine della città, la sua cultura, le sue tradizioni, il suo genius loci,  che – e lo ribadiamo con incrollabile convinzione – non sono mafiosi.

A noi è sembrato necessario rimarcarlo con grande orgoglio, nella consapevolezza che poiché il bene non fa rumore (e verosimilmente è apprezzabile proprio per questo) occorresse opporre all’inevitabile equazione ( scioglimento consiglio comunale per mafia = città mafiosa) veicolata dalla esemplificazione comunicativa, la vibrante affermazione che la nostra comunità non ha gli stigmi della mafiosità.

Ma questa dichiarazione di amore per la città non ha voluto negare che in città  ci siano forse criminali organizzate. Al contrario lo abbiamo expressis verbis sostenuto, manifestando alle Istituzioni ed alle forze di Polizia il nostro apprezzamento per la preziosa opera di contrasto svolta.

Non nascondiamo di essere rimasti, perciò, sorpresi del fatto che non sia stato percepito ciò che ogni analista attento e disinteressato avrebbe potuto cogliere e cioè che il nostro dire che Scicli non è mafiosa altro non significa che urlare il nostro no alla mafia, all’illegalità e alla corruzione.

Cosicchè ci ha amareggiato leggere quel passaggio della interrogazione del Sen Lumia che recita testualmente “…. pericolosissima negazione della stessa presenza mafiosa, da parte di certa società e certa stampa, che spesso ha causato una notevole sottovalutazione del fenomeno locale.”

Ci ha sorpreso che sia sfuggito all’acuta sensibilità politica del parlamentare interrogante e di altri commentatori ( come dicevo sulla stampa e sui social) che tra i promotori e firmatari della petizione molti hanno alle spalle percorsi professionali e di impegno civile spesi nella lotta alla criminalità mafiosa e comune, che mai pertanto avrebbero potuto negare -ne intenzionalmente (come deriva dalla semantica del termine utilizzato) ne per senile disattenzione – la presenza della mafia e delle sue pratiche di condizionamento.

Certo sapevamo che il nostro uscire allo scoperto avrebbe potuto ingenerare o alimentare letture esegetiche speculari alle diverse declinazioni del silenzio in cui il doloroso passaggio della vita della comunità si stava consumando; ma abbiamo scelto meditatamente ( ne ingenuamente, ne con intendimenti sottintesi) di metterci la faccia con le opportune cautele e prudenze, sui tempi, sui contenuti e sui toni.

Ad iniziare dalla compostezza comunicativa (nella stagione delle urla e degli schiamazzi), perché fosse di conclamata evidenza la intenzione di non interferire con l”azione della magistratura penale, ( impossibile oltre che assolutamente fuori dal nostro modo di sentire ed interpretare ruoli e istituzioni) e rimarcando per ciò stesso, come scrivevo prima,  la gratitudine verso le Istituzioni per l’incessante e competente attività dispiegata nel garantire la nostra sicurezza e la nostra serenità e riconfermare la piena collaborazione nella lotta alla mafia ed alla illegalità, testimoniata già in passato.

 Priva di ogni fondamento -allora –  è anche l’altra censura (ancora una volta adombrata e mai espressamente dichiarata) mossaci e riferita ad una presunta irrispettosità delle istituzioni.

Anche al riguardo di quest’ultimo profilo, evidenziato con marcate forzature, devo replicare che non solo il testo per contenuto e toni non esprimeva un tale sentire, ma la sensibilità istituzionale di chi ha percorso -dentro le Istituzioni- un viaggio lungo 40 anni, fatti di lealtà e fedeltà, ha suggerito un atteggiamento prudenziale.

Abbiamo, infatti, atteso che si completasse l’attività della Commissione Prefettizia per fugare ogni possibile fraintendimento sulle finalità del nostro gesto e solo dopo abbiamo prospettato il nostro punto di vista, avendo pieno e fermo convincimento che affidarsi alla sapienza della Autorità politico/amministrativa non esclude, anzi lo contempla, il dovere, come espressione di cittadinanza attiva e partecipata, di offrire alla stessa un contributo di elementi valutativi per l’esame attento e puntuale della situazione.

Abbiamo perciò auspicato che la procedura avviata si potesse concludere favorevolmente in tempi certi e rapidi, comunque compatibili con la imminente scadenza elettorale, per assicurare la opportunità di un compiuto confronto elettorale, sale della democrazia, di cui la città non può essere espropriata.

Forte è stata la speranza, che non si inverasse lo scioglimento per consentire alla nostra comunità di realizzare il diritto inalienabile di decidere e progettare il proprio futuro, secondo le rituali e fisiologiche pratiche della dialettica democratica.

A tal proposito abbiamo voluto rappresentare che la finalità preventiva e “rigenerativa” del provvedimento in questione si sarebbe dispiegato nei riguardi di un organismo ormai in limine vitae (per le dimissioni del sindaco), e in buona parte modificato (per le sopravvenute dimissioni e surroghe) e che nel tratto finale del suo tormentato percorso aveva sostenuto importanti decisioni della giunta tecnica che ha governato la città nell’ultimo tratto, ovviamente tutti come work in progress, decifrabili quali segnali dell’avviato risanamento e di discontinuità con il passato: stabilizzazione bilancio, ristrutturazione pianta organica, attivazione sistema interno di controllo di legalità e anti-corruzione dell’azione amministrativo/gestionale, rimodellamento della gara di appalto del settore rifiuti al centro della indagine penale, ecc, .

Ritenevamo che alla stregua di tali elementi la necessità del provvedimento si affievolisse e per converso si potesse ritenere preminente garantire alla comunità la possibilità di poter decidere di questioni strategiche (discarica truncafila, perforazioni del territorio, modelli di urbanizzazione, politiche turistiche e culturali, ecc) per il suo avvenire.

Così non è stato e ne abbiamo preso atto.

Queste erano le nostre idee, le nostre speranze, i nostri convincimenti; su di essi si può dissentire, ma con altrettanta fermezza dico che non è consentito insolentire.

Concludo con due riferimenti letterari per testimoniare la pacatezza ( che deriva dalla laicità del mio pensiero) delle argomentazioni che precedono e che vogliono i sottolineare quanto difficile sia la ricerca della verità nelle vicende umane.

Scrive il teologo Vito Mancuso che “l’inautenticità è una creazione tipicamente umana, precisamente del linguaggio umano. Ne viene, di conseguenza, che l’autenticità designa il rapporto tra il nostro linguaggio e la realtà, o meglio tra la nostra mente produttrice del linguaggio e la realtà. La realtà in sé è necessariamente autentica, mentre la nostra rappresentazione di essa mediante il linguaggio, e prima ancora mediante la percezione mentale, necessariamente autentica non è; può essere anche inautentica, non di rado lo è.”

E ricorro infine a Miguel De Cervantes che nel suo “Don Chisciotte” nel lontano 1605, rappresentando plasticamente una pratica largamente diffusa ai tempi nostri, segnati dalla precarietà e dal relativismo, scriveva “In mezzo a noi c’è sempre una caterva di incantatori che mutano e scambiano le cose, trasformandole a loro piacimento, seconda che ci vogliano favorire o annientare. Così, questa che a te sembra bacinella da barbiere, a me pare l’elmo di Mambrino e per altro sarà qualcos’altro ancora.”

Forse ai tanti che hanno scritto e detto sulla vicenda con incrollabili “certezze”, una riflessione sul “dubbio” (la più certa fra tutte le cose sicure, secondo B. Brecth) in qualche modo potrebbe essere di un “certo” nutrimento.

Tanto per chiarire e mettere un punto fermo da cui ripartire  per un confronto schietto e nutriente.

Giovanni Scifo

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Posted on 3 Agosto 2015 by Giampaolo Schillaci. This entry was posted in Cittadinanza attiva, Spigolature. Bookmark the permalink.
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