IL CASO MORO OVVERO DELITTO DI STATI
Ricade il 16 marzo 2016 il 38° anniversario del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, che guidate dagli apparati resero il maggiore dei favori possibili ai bianchi corrotti e ai neri eversori, dando corpo a quel filo servile che dai sassi di Portella della Ginestra raggiunge i nostri giorni attraverso le sugherete di Niscemi.
Ascoltiamo la Procura generale di Roma nella requisitoria del 14 novembre 2014:
“… C’è la prova che esse [le BR] fossero state infiltrate e fossero etero dirette da apparati di sicurezza”.
Ancora la Procura Generale:
“… lui [Pieckzenic] non aveva ma minima intenzione … di trattare seriamente, essendo ben altra la sua strategia … che era quella di “abbandonare Moro al suo destino e con i suoi segreti”.
Pieckzenik: chi era era costui? Pieckzenik era l’esperto USA piombato a Roma per gestire la crisi innescata dal rapimento; al suo attivo, tanto per gradire, anche la falsa notizia dell’occultamento del cadavere di Moro presso il lago della Duchessa che costò giorni di ricerche e tenne il fiato dell’intera nazione a dir poco sospeso.
In realtà, è sin dal giorno della strage che si registrano con certezza presenze di uomini e armi esterni alle Brigate Rosse e ancora oggi non chiarite. Basti pensare che i brigatisti erano del tutto privi dell’addestramento necessario per compiere una operazione militare altamente complessa come quella di via Fani. Il loro dilettantismo operativo fu dimostrato anche dal fatto che i loro 4 mitra si incepparono quasi subito. Allora chi fu che scagliò una tempesta di fuoco senza nemmeno scalfire l’onorevole Moro? Furono infatti sparati dal commando una quantità impressionante di colpi e di questa pioggia di proiettili una quantità oscillante dal 35% al 55% del totale provenne dalle armi di due killer professionisti, ben addestrati al difficile tiro incrociato, armi efficientissime che non furono mai rintracciate. Fino ad oggi questi fatti e questi personaggi sono coperti dal brigatisti, che negano la partecipazione attiva dei due killer nonostante tutte le evidenze e le testimonianze. Perché? Chi sono i personaggi coperti dai brigatisti?
Sarà forse di aiuto sapere che almeno 31 dei particolarissimi proiettili sparati sulla scena del delitto erano identici a quelli reperiti nel deposito Nasco di Gladio, la struttura paramilitare segreta nata da un rapporto contro natura fra la CIA e il SIFAR (il servizio segreto militare italiano “a sovranità limitata” nato il 30 marzo 1949 in diretto coordinamento con la CIA stessa).
Una fortuita coincidenza? Tutt’altro, poiché sull’apparizione di elementi appartenenti alla struttura eversiva Gladio sul teatro del vile agguato la Procura Generale di Roma affermerà “… che la presenza, il 16 marzo 1978, in via Fani di Camillo Guglielmi non fosse stata casuale come egli volle far credere, mentre essa è da porsi senz’altro in relazione con i tragici eventi che in quella via e in quel giorno si verificarono”. E rinforzando con una gravissima affermazione aggiungerà della presenza “… sia di agenti destabilizzanti infiltrati da strutture segrete paramilitari con funzioni di congiunzione tra gerarchie politiche e civili e gerarchie militari unite nella lotta al comunismo, sia appartenenti alla malavita organizzata …”.
Il colonnello Camillo Guglielmi, all’epoca dei fatti apparteneva del SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare) e, giusto caso, era istruttore di Gladio per le tecniche di imboscata.
Oltre ai proiettili non convenzionali aventi le medesime caratteristiche di quelli ritrovati nel deposito Nasco, la descrizione dell’area del plurimo delitto di via Fani mette in evidenza il ruolo di due automobili (una Austin Morris e una Mini Cooper) appartenenti a società o individui connessi con i Servizi o con organizzazioni segrete del genere “Stay-behind” (come Gladio). Le due automobili erano parcheggiate in modo da impedire ogni manovra di fuga da parte delle due auto blu che sarebbero poi state oggetto dell’attacco.
Le organizzazioni Stay –behind, ricordiamo anche questo, sono gruppi paramilitari creati nel dopoguerra dalla NATO in funzione anticomunista e che operano clandestinamente, ovvero – fatto gravissimo – senza ne sia stato informato il parlamento del paese nel quale agiscono. La loro funzione è non solo quella di agire militarmente in caso di invasioni dall’Est, ma anche in caso di attesa vittoria elettorale del Partito Comunista alle libere elezioni politiche nazionali, circostanza che si verificò nell’Italia del dopoguerra e poi all’epoca del compromesso storico cercato da Moro negli anni settanta.
E non può che lasciare attoniti la provenienza delle attrezzature che i brigatisti ebbero a disposizione nella tipografia romana di via Foà gestita dal sodale Triaca. Il capo Moretti vi aveva infatti personalmente trasportato una fotocopiatrice Ab-Dik 675, proveniente dal Ministero dei Trasporti e una stampatrice Ab-Dik 260T, proveniente addirittura dagli uffici del Rus, il raggruppamento delle unità speciali del SID (Servizio Informazioni Difesa fra le quali unità, manco a dirlo, c’era anche Gladio).
Del resto, neppure l’Istituto Opere di Religione – IOR – rimarrà fuori dalla vicenda se si pensa che il garage con doppio accesso (via Balduina e via dei Massimi), che secondo alcune tesi investigative fu utilizzato dai brigatisti subito dopo la strage, è pertinenza dell’Istituto, i cui edifici guarda caso non furono inclusi nelle perquisizioni effettuate in quella zona dal Reparto operativo dei carabinieri che se ne occupò.
Gli eventi, scanditi dalla pubblicazione dei comunicati delle brigate rosse, precipitano dopo la pubblicazione della lettera di Moro sull’onorevole Taviani, il cui contenuto non era in verità di grande interesse trattandosi di un personaggio assai secondario e ormai scaricato dalla Storia, ben diversamente da quanto il prigioniero aveva detto e avrebbe ancora potuto dire su Giulio Andreotti e altri big di quei giorni.
Da quel momento la preoccupazione di rivelazioni ben più importanti divenne fortissima e l’allarme provocato dalla lettera su Taviani permise all’esperto americano Pieckzenic di convincere il ministro Cossiga sulla necessità di adottare il punto di vista che aveva espresso sin dall’arrivo in Italia e che era “ recuperare gli scritti di Moro, indurre i terroristi al silenzio e spingerli ad uccidere l’ostaggio”; mentre, Flaminio Piccoli dal canto suo si era già spinto ad affermare “Se quello torna, sono dolori” (dal Corriere della Sera del 16 marzo 2007).
Fu allora, dopo quella lettera, che i brigatisti fecero frettolosa e inattesa mostra di aver concluso l’interrogatorio di Moro, affermando pure che dalle borse asportate con tanta cura dall’automobile dello statista al termine dell’agguato non erano emerse informazioni importanti. Fecero inoltre sparire le registrazioni degli interrogatori e nelle trascrizioni dattiloscritte omisero, fra le altre cose, le famose 22 righe manoscritte che parlavano proprio di Gladio.
In definitiva, era avvenuto quanto pervicacemente voluto da Pieckzenic: i brigatisti avevano consegnato i documenti scottanti, lo statista – pur non essendo a loro dire emersi fatti eclatanti – era stato ugualmente condannato a morte. Potremmo dire: “come da copione”.
I brigatisti, agendo in tal modo, avevano tradito la solenne promessa: “Niente deve essere nascosto al popolo” (comunicati nn.1,3 e 5). Tutto fu invece nascosto.
La vicenda del sequestro dell’onorevole Moro si concludeva martedì 9 maggio 1978 con l’omicidio dello statista più odiato dagli americani per la sua politica filo PCI e dagli israeliani per la politica filo araba.
Ma ci sono degli stupefacenti antefatti che sarà utile ricordare, come l’inquietante prodromo registratosi ben 14 anni prima (1964), nell’ambito del golpe addebitato al generale De Lorenzo [SIFAR], con quell’“operazione Moro” che avrebbe dovuto portare all’assassinio dello statista facendone ricadere la colpa su elementi di sinistra. Sul fatto riferì Mino Pecorelli, il giornalista assai misteriosamente al corrente di tanti fatti e misfatti e altrettanto misteriosamente assassinato a Roma il 20 marzo 1979.
Ma non finisce qui: si resta infatti per lo meno disorientati nell’apprendere che l’agguato del 16 marzo 1978 si compì proprio in via Fani all’ incrocio con via Stresa, ovvero nel luogo descritto nell’articolo “Dio salvi il Presidente”, firmato nel 1968 dal giornalista – cabarettista Pier Francesco Pingitore per il giornale di destra “Il Bagaglino”. Una stupefacente “premonizione” anticipatrice di ben 14 anni, a confermare che l’onorevole Moro, per le sue visioni politiche era sempre stato un bersaglio preferito dall’eversione.
Sul delitto Moro le BR non hanno mai detto la verità, non si sono mai pentiti, hanno parlato e scritto coprendo persone e negando fatti evidenti con l’unico obiettivo di ottenere la propria scarcerazione trovando sponda nella parte serva e tremebonda dello Stato. Hanno mendicato la scarcerazione in nome di una “pacificazione nazionale” che nei loro piani doveva porre fine a quella che fu una infame guerra solo da loro dichiarata e voluta, e mai dalle masse operaie e meno che mai dalla sinistra del tempo.
Per 55 giorni lo Statista era stato in mano a quei burattini mossi da delirio di onnipotenza che furono le brigate cosiddette rosse, il cui ruolo, nei fatti, fu quello di togliere le castagne dal fuoco alla destra reazionaria, salvaguardare la parte più corrotta del centro, tutelare gli interessi oltre atlantico. Le BR vendettero l’onorevole Moro strada facendo, ma più probabilmente cooperarono sin dall’inizio con quella parte dello Stato Italiano servo e sottomesso che da Portella della Ginestra sino alle sughere del MUOS è ancora tale.
Così si esprimerà Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione parlamentare stragi nell’ottobre 2000: “Esiste un patto di omertà che lega brigatisti, ceto dirigente e istituzioni … Tante contraddizioni che ancora permangono nelle storie che ci raccontano i brigatisti, soprattutto sul sequestro e sull’omicidio di Moro, nascono proprio da quel patto di silenzio fra loro e i settori dirigenti del nostro Paese, tra loro e le istituzioni”.