I giovani, il futuro e …la politca
Questo scorcio di secolo, per il vero, non sembra ingenerare speranza ed ottimismo. Qualcuno – rievocando il filosofo Spinosa- l’ha voluto definire come l’epoca delle passione tristi.
Il futuro dei giovani, ma forse sarebbe meglio dire il presente, il qui e ora, sembra tinteggiarsi di minacce, piuttosto che di promesse.
Tutto questo rende la storia delle nuove generazioni drammatica, ma per taluni versi anche grande, affascinate ed esaltante.
L’auspicio è che essi sappiano valorizzare ed esprimere tutti i talenti e le risorse che hanno dentro in misura colma; un grande giacimento di valori, più grande di quanto la società degli adulti non voglia riconoscere e di cui la società, il mondo hanno un bisogno irrinunziabile, perché possa essere un “mondo vitale” e non un “mondo ferito”.
Tutto ciò è vero ma ad alcune condizioni:
che avvertano la gioia di essere testimoni esemplari della cultura della legalità , lievito per la edificazione di una società in condizione di garantire la pacifica convivenza, la sicurezza, la giustizia, lo sviluppo, il progresso, le libertà;
che coltivino la lucidità di vivere in maniera autentica il senso della cittadinanza, inteso come forte sentimento di appartenenza allo Stato, come amore per le Istituzioni democratiche, spirito di servizio alla collettività, appassionata partecipazione alla vita pubblica, tenace impegno per la costruzione del bene comune;
che sappiano costruire -in questa società della frammentazione, che è stato definita un pulviscolo confuso di particolari o la anarchia degli atomi- la convivialità delle differenze; che sappiano trasformare la “confusione in comunione” (come dice il Papa emerito Ratzinger);
che vogliano custodire la cultura dei doveri e della responsabilità, senza mai abdicare alla affermazione dei loro diritti e di quelli degli altri. Siano fermi nel pensare al plurale, sperimentando ogni giorno che la libertà di ciascuno “inizia” dove comincia quella dell’altro;
che non rinunzino mai a coltivare il pensiero che medita, il pensiero forte, il pensiero lungo, il pensiero alto, il pensiero etico, il pensiero libero, il pensiero aperto, il pensiero costruttivo, il pensiero collaborativo. Luis Sepulveda scrive che chi pensa perde. Pensare non vale, pensare a volte fa male recita la canzone di De Gregari “Cuore di cane”; ed, invece, pensare è la strada per ritrovarsi, per acquisire la consapevolezza del se, il senso del se e della vita;
che alimentino sempre la loro conoscenza e quella degli altri per servire il mondo e non per dominarlo; Chi aumenta in sapere, aumenta in dolore. Ma nella nostra vocazione di uomini è inscritto (in interiore hominis) il monito del poeta “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza”;
che abbiano la tenacia di essere tanto visionari da trasformare le loro città in antiche agorà, in luogo di incontro, di confronto, di contaminazione, di sollecitudine, di ascolto, di accoglienza , di rispetto reciproci;
Che abbiano la forza di bandire dalla loro vita ogni forma di violenza –piccola e grande- ogni tentazione di prevaricazione, ogni gesto di intolleranza;
Che non abbiano mai tentennamenti nel rifiutare il cinico utilitarismo, il freddo calcolo, il crudele opportunismo;
Che siano fermi e determinati nel dare spazio alla cultura della lealtà, dell’onestà intellettuale, rifiutando le logiche della compromissione e della ambiguità;
Che sappiano dire no, un no deciso, convinto, consapevole, ai surrogati della felicità, per scoprire -con inesauribile stupore- la gioia delle piccole cose di ogni giorno. L’essenziale -scriveva A. de Saint-Exupery- è invisibile agli occhi. Lo si vede solo con il cuore;
Che abbiano l’intuizione di abbassare il volume della vita per rimuovere ogni rumoroso anestetico delle coscienze e cercare il silenzio per ascoltarsi. Dice un detto tuareg che “dio ha creato il silenzio perché gli uomini potessero ritrovare la loro anima”;
che siano instancabili nel coltivare la speranza, che è quella forza interiore per cui, come diceva Edmond Rostand “……è proprio nel buio della notte che è più bello attendere la luce. Bisogna forzare l’aurora a nascere, credendoci….”;
che non manchino mai di ritagliare un attimo del loro tempo, per fermarsi e dare un senso duraturo e profondo al loro esistere, lasciando fluire un po’ di linfa vitale che dia sollievo alla sofferenza di altri –tra loro- meno fortunati. Il tempo per donare è “un tempo ritrovato” ( la risposta più pronta degli indaffarati è :non ho tempo) è “un tempo ben speso” ( non so come ingannare il tempo è il luogo comune di quanti si lasciano trascinare dalla deriva dell’indifferenza e della noia).
Chiudo queste brevi note dedicando loro un frammento di uno scritto di Nietzsche per trasformare le passioni tristi in passioni gioiose:
“No. La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e più misteriosa; da quel giorno in cui venne a me il grande liberatore, quel pensiero che la vita potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza e non un dovere, non una fatalità, non una fede…………Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere…” (F. Nietzsche “La Gaia scienza”)
Giovanni Scifo