“ Valori senza…mercato” “Mercato senza… valori”
«Le nuove sfide che si affacciano all’orizzonte esigono… che la società e le Istituzioni pubbliche ritrovino la loro ‘anima’, le loro radici spirituali e morali, per dare nuova consistenza ai valori etici e giuridici di riferimento e, quindi, all’azione pratica». Papa Benedetto XVI
Inevitabile porsi alcuni interrogativi sollecitati dalle temperie della stagione che stiamo vivendo.
Una stagione crepuscolare e caratterizzata da contraddizioni laceranti.
Convivono bene e male, egoismo e solidarietà, bellezza e bruttezza, abisso e verticalità, solidarietà ed egoismo.
E, tuttavia, sembra che i bene ed il bello, la gratuità e la generosità pur presenti nel gesto di molte persone, si accartoccino, ripieghino sul terreno della scelta individuale, perdendo la forza di diventare cultura e pensiero collettivo dominante.
Ed invero una vignetta di Altan di qualche tempo fa rappresentava una madre che rivolgendosi al figlio diceva “vedi amore i valori durano finché hanno un mercato”.
A cominciare dalla gentilezza, predisposizione d’animo sottesa alla generosità ed alla solidarietà che non sembrano essere virtù e qualità umane vincenti nella moderna società mercantile, non diversamente da quello che diceva Metatstasio secondo il quale “virtù non si trova o sol è virtù ciò che diletta e giova.” .
Si ha la sensazione che nobiltà d’animo, signorilità del tratto, sensibilità e approccio empatico siano “vezzi” e” tic” intellettuali disfunzionali alla competitività, che regola l’agire umano in questa epoca delle passioni tristi.
La bontà d’animo – non di rado ricorrendo a logiche manipolative- viene etichettata come “buonismo” , che quando non è guardato con tollerante benevolenza, è additato come sciagurato viatico, nefasto humus per ogni degenerazione sociale( fino ad ipotizzarne il fiancheggiamento e/o il favoreggiamento del ribellismo e della criminalità).
La vulgata ufficiale – anche nel dibattito televisivo ed in quello pubblico,- al contrario accredita le teorie della “tolleranza zero”,eufemismo dietro cui si cela sovente una inconfessabile intolleranza, il ricorso al gesto scurrile, agli insulti, al lessico aggressivo e violento, rappresentando tali modalità comunicative e relazionali come utili per il successo, come indispensabili per governare la cruda e violenta realtà sociale, in estrema sintesi come vincenti.
Tutto ciò accade senza, però, che ci si avveda ed in qualche modo ci si preoccupi degli effetti degenerativi che tali messaggi riflettono nella vita delle nostre comunità ( incontinenze e violenze verbali, analfabetismo emotivo, incapacità di apprezzare e rispettare il pensiero divergente, ed ogni altra forma di intolleranza delle diversità nelle sue molteplici espressioni, quotidianamente narrate dai media, che rende sofferenti le relazioni umane ed il vivere associato), fino a creare le condizioni per una preoccupante regressione antropologica e della convivenza civile.
Spregiudicatezza, cinismo, opportunismo, istintualità, ricerca del successo e del piacere, affermazione della propria egoità e disconoscimento della alterità, sono presentati alle nuove generazioni come stili di vita positivi e gratificanti.
Gesti simbolici gravissimi si stanno consumando nei palazzi della politica e della economia, ( basti citare i rigurgiti nazionalisti di molte parti del mondo, la stessa tensione disgregatrice in seno all’Unione europea, e le spinte secessionistiche di casa nostra fondate su improbabili identità di razza e geografiche) che sono sintomatici dello sfarinamento e della frantumazione che caratterizza il nostro tempo e che svuotano sensibilità e culture che indicavano nella capacita di sintesi e di coesione solidale le ragioni ed il senso della vita delle comunità.
Senza nostalgie per le ideologie ed i cattivi maestri di ieri è indubbio che quello si qui sinteticamente tracciato è il profilo di un modello di società che ha celebrato già dall’ultimo ventennio del secolo scorso ed in questo primo scorcio degli anni duemila, l’elogio dell’individualismo, che ha decretato il primato della economia e della tecnica, confinando sullo sfondo, quando non reclutandole per asservirle, la dimensione politica, la speculazione filosofica, la sensibilità religiosa, la ricerca etica ed ogni altra pratica sapienziale che ha concorso a scrivere la storia della nostra civiltà.
Da qui la latitanza del pensiero, l’aridità dei sentimenti, la narcotizzazione della ragione, l’offuscamento del senso etico e l’opacizzazione di quello religioso.
La ideologia dei “nuovi barbari”, come qualcuno li ha lucidamente definiti, punta sulla esemplificazione e sulla superficialità, rifiutando il pensiero complesso che per sua stessa definizione evoca la sofferenza della elaborazione e della profondità nella ricerca di senso, irrinunciabile passaggio nella moderna società del disorientamento e dello smarrimento.
La drammatica crisi mondiale, che non è solo economica, ma anche di speranza di valori, di idealità, di cultura, interpella prepotentemente la comunità degli uomini invitandola ad interrogarsi sulla compatibilità del modello di società attuale con un futuro di civiltà e di speranza.
Occorre allora riscoprire e rinsaldare alcuni principi fondativi, correggendo le distorsioni con cui la nuova ideologia ne ha sfregiato il significato.
L’individualità trova la sua piena ed autentica realizzazione nella relazione armonica e nutriente con l’alterità. E’ la sintesi tra il progetto individale e il disegno collettivo che fa della vita una esperienza autenticà, piena, bella, buona.
Se è vero che persona nella tradizione latino/cristiana letteralmente significa (per se unum) unicità ed irripetibilità dell’ individuo/uomo, è altrettanto vero che il perimetro della propria identità si definisce nel riconoscimento del perimetro della identità altrui, cosicchè è nella relazione (come ci insegnano i greci) che la identità si costruisce e si forma.
La sfida del mondo globalizzato si vince se rimettiamo al centro la relazione ed il senso della felicità pubblica, la tensione al bene comune.
Non può esserci salvezza del singolo senza la salvezza della comunità.
Questo deve essere il nuovo statuto della umanità del terzo millennio.
Non altrimenti sarà possibile riscrivere gli alfabeti della economia mondiale, restituendo primato alla politica, quella alta, l’arte nobile di autentico servizio tratteggiata dalla Arendt, che detta l’agenda al mercato (economico e finanziario), non essendo accettabile lo scenario di un darwinismo economico e sociale in cui il più forte, il più spregiudicato, quasi in una sorta di ecosistema, sopraffà quello meno adatto a sopravvivere nella giungla della difficoltà e del disagio.
Occorre ridefinire le ragioni della economia che non può essere ciecamente obbediente al dogma di un liberismo, che prescrive ricette che condannano la comunità ad un progressivo impoverimento che colpisce sacche sempre più larghe di popolazione, sprofondandole nella precarietà e nella incertezza di un futuro senza speranze, lasciando che in pochi eletti e fortunati si concentrino le ricchezze del mondo.
Ed in tal senso il terzo settore piuttosto che la stampella dello stato sociale, -già in molti ed autorevoli studiosi (per tutti Zamagni) lo sostengono – può e deve rappresentare una via nuova, la auspicabile terza via ad un modello di economia in grado di dare risposte nuove ed immaginifiche alla domanda di sviluppo e di crescita armonica della comunità mondiale.
E’ un supplemento di anima e di etica della responsabilità quello di cui c’è impellente bisogno.
Rifiutare il totalitarismo tecnocratico, dopo quello economico(quello politico/ideologico lo abbiamo consegnato agli archivi della storia nel 1989) è l’imperativo categorico che deve indirizzare ed informare l’agire dell’uomo nuovo.
Non è più rinviabile la riaffermazione della visione antropocentrica che finalizzi la tecnica e la scienza alla promozione dell’uomo
Il riduzionismo odierno che consuma il gesto professionale esclusivamente nella conformità a regole e procedure orientate esclusivamente dalla religione dell’efficientismo e della produttività esonerano il dipendente pubblico o privato, l’operatore economico, il professionista, l’intellettuale dalla responsabilità dei fini, perché gli fa carico della buona esecuzione del lavoro, senza curarsene delle conseguenze.
La logica del profitto, del successo quantificabile in termini finanziari fanno pensare che scienza e tecnica siano gli strumenti strategici e decisivi per il futuro della società.
Questo finisce per dettare i nuovi modelli pedagogici (famiglia/società) e di istruzione (scuola).
Come sostiene M.artha C. Nussbaum nel suo recente saggio “ Non per profitto”, i saperi scientifici e tecnici devono sapientemente miscelarsi con quelli umanistici.
Nessuna antinomia pertanto tra scuola delle tre “i” (inglese, internet, impresa) e delle tre “e” (educazione, etica, emotività), quanto feconda contaminazione, poiché non vi può essere futuro per i nostri figli senza studi umanistici ed artistici (la bellezza salverà il mondo), perché essi sviluppano “la capacità di pensare criticamente, la capacità di trascendere i localismi e di affrontare i problemi mondiali come cittadini del mondo e, infine, di raffigurarsi sinpateticamente la categoria dell’altro”
Non preoccuparsi della libertà, della distribuzione della ricchezza e della equità sociale, precondizioni di una democrazia stabile e di una convivenza pacifica, si riflette negativamente sulla crescita economica, procurando conseguenze nefaste anche sulla vita della fasce di popolazione minoritarie che nel modello attuale riesce ad accumulare ricchezza.
Sono questi i principi fondativi delle moderne carte costituzionali dei paesi democratici che mirano come si legge nella dichiarazione universale dei diritti umani ‘“al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali………. per promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le nazioni, i gruppi razziali e religiosi.”.
E’ arrivato il momento di schierarsi e basta leggere le cronache per scegliere da che parte stare.
Dalla parte di chi sa dire “i care” , me ne curo, me ne faccio carico, pur consapevole delle difficoltà che tale orizzonte di senso comporta piuttosto che lasciarsi reclutare dal più facile e meno impegnativo “me ne frego”
Chi lo ha praticato e lo pratica sa che “far del bene aiuta a star bene”.
“Possiamo acquisire potere con il sapere, ma la vera ricchezza la otteniamo con la sensibilità ai problemi altrui…….”
( R. Tagore )