Cosa chiediamo ad un nuovo partito di Sinistra?
Cosa chiediamo
ad un nuovo partito di sinistra?
Intervento in occasione del primo congresso provinciale di Sinistra Italiana, il 4 febbraio 2017 a Ragusa
Il Blog di Scicli è costituito da un gruppo di persone che sin dall’inizio ha lottato contro la grave aggressione perpetrata ai danni della città di Scicli con lo scioglimento imposto da una cricca politica che triangola da Roma a Palermo e giù fino alla Contea; un gruppo che ha innescato la resistenza contro l’uso sciagurato che taluno vorrebbe fare del territorio con l’installazione di un enorme impianto per il trattamento di rifiuti per la maggior parte pericolosi; che ha faticosamente elaborato, nell’ambito di un intenso dibattito durato diversi mesi, cinque documenti politici tutti pubblicati sul Blog omonimo [2] . Un gruppo che si è contaminato e ha condiviso, ponendosi primariamente l’obiettivo di contribuire a ricompattare e a far esprimere un’area culturale che è propria della sinistra e che appare, pur con importanti eccezioni, confusa e dispersa, almeno rispetto ad un passato importante e glorioso.
Per prima cosa sentiamo l’esigenza di dichiarare che nulla è per caso, tantomeno il cosiddetto “libero mercato”, che infatti non è altro che una pericolosissima astrazione. Il mondo intorno a noi, insomma, è strutturato per funzionare come sta funzionando, ovvero a vantaggio di pochissimi e con centri decisionali lontanissimi e persino non identificati o noti al grande pubblico.
Di conseguenza, sentiamo il bisogno di un partito mosso da nuove motivazioni; connesso ad un sindacato nuovamente agguerrito e dotato di competenze inedite; in grado di stimolare, valorizzare e accogliere l’azione di cittadini capaci di dare vita ad altra e alta politica attraverso la gestione e la custodia attiva del Bene Comune. Esaminiamo con velocità il quadro di riferimento e poi chiediamoci qual è il partito che vogliamo o meglio, che serve, che ci serve o, se volete, per il quale siamo disposti a lavorare.
Si è parlato di neoliberismo e se ci si accontenta di una espressione supersintetica lo definiamo con l’abusata e solo parzialmente efficace “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. Potrebbe non trattarsi di una novità assoluta nella storia delle produzioni, se non fosse che i profitti e perdite hanno negli ultimi lustri profondamente cambiato l’assetto di chi insacca i primi e di chi piange le seconde. Come sappiamo, i profitti riguardano una quantità di persone sempre più ristretta e privilegiata, le perdite colpiscono strati e “classi” – crediamo utile usare questo vocabolo ancora esplicativo – di numero e varietà crescente.
Il fenomeno ha avuto una accelerata brusca e impensata dalla fine degli anni ’70, quando la ricchezza generata dall’aumento della produttività del lavoro ha iniziato a cambiare destinatario, transitando dal lavoro all’impresa. La conseguente riduzione del potere di acquisto ha comportato la crescita del debito privato, le cui conseguenze esplodono a partire al 2006-2007, anni nei quali appaiono le conseguenze di quella che probabilmente sarà ricordata come la più grande truffa legalizzata dall’inizio della storia dell’economia, basata sui bond spazzatura e grazie alla quale intere classi vengono private della loro casa e spazzate via, a vantaggio delle banche di finanza che il tutto avevano architettato con il beneplacito dei governi.[3].
A fare da pendant sul piano politico, l’altra grande mistificazione, estremamente funzionale al sistema, consisteva nel convincere strati crescenti di popolazione che “destra e sinistra” non esistevano più e che, invece, esiste solo ciò che è “giusto” e “sbagliato”. Coprendo con il paravento di una stordente comunicazione la grande questione di base, ovvero che queste definizioni e quanto ne discende sono in mano a chi detiene il coltello dalla parte del manico, ovvero un numero ormai ristrettissimo di operatori economici che operano al di sopra dei governi attraverso le lobby.
Ecco perché le parole chiave dei processi in corso, con riferimento non esclusivo al nostro Paese, fanno rima fra loro e sono redistribuzione e Costituzione. Della prima abbiamo già parlato, la seconda l’abbiamo difesa – almeno per questa volta – da un attacco a base di banalità e menzogne di ampia presa sui tanti cittadini (o almeno così si aspettava qualcuno), come “efficientismo” e “risparmio”, mentre tutto era centrato sullo smantellamento dei residui di sovranità statuale rimasti dopo la modifica dell’art. 11 e l’introduzione del Fiscal Compact avvenuta nel 2011. Provvedimento, questo, che insieme alla moneta unica a cambio fisso ha distrutto la possibilità dello Stato di governare le proprie risorse e di tutelare i propri cittadini, con tutto vantaggio delle lobby extranazionali[4] rappresentate da EMS, FMI, BCE.[5]
Per concludere, la finanza ha ormai cessato di essere di supporto all’impresa, divenendo essa stessa un sistema rapido di arricchimento per pochi privilegiati. Questo sistema, insieme alla mobilità dei capitali senza regole scatenatasi negli anni ‘90, ha rivoluzionato in peggio l’assetto prevalente che ha caratterizzato l’era della produzione industriale, dove l’impresa e il lavoro erano facilmente identificati e dove avveniva la mediazione di un sindacato i cui ruoli e le cui competenze erano ormai fissate.
Detto tutto questo, di cosa sentiamo il bisogno oggi? Non vogliamo certo un partito che dica di “essere diverso” basandosi su dichiarazioni di principio e senza indicare le vie per realizzare la propria innovativa diversità.
Lo vogliamo, invece, deciso nel segnare un campo culturale e ideologico chiaro e definito, seppure dialogante e includente; pronto a lavorare di conserva con un sindacato aperto alle nuove interpretazioni imposte da un lavoro massacrato dalle holding, scatole cinesi che non assumono, ma licenziano; in grado di elaborare una traccia riconoscibile del cammino che intende intraprendere per affrontare le nuove sfide territoriali, nazionali ed extranazionali con le quali deve esplicitamente accettare di misurarsi.
Per queste ragioni, chiediamo al Partito di esprimersi su un modello di governo bottom-up che punti sulla centralità delle Città, luoghi ove si formano e si percepiscono i bisogni delle persone, ma anche luoghi di scontro proprio per quella separazione funzionale che genera distanza fra governo di città e cittadini, distanza e scontri e che gli strumenti di Partecipazione Popolare si propongono di ridurre efficacemente.
Il primo passo dovrà essere giocato proprio all’interno delle mura, riportando o forse addirittura portando i cittadini per la prima volta alla politica continua e diffusa, attraverso le scelte e la gestione, pur nel rispetto dei ruoli assunti da Sindaco, Giunta e Consiglio. Si tratta di affermare senza indugio il valore etico e pratico del coinvolgimento dei Cittadini mediante gli strumenti per la Partecipazione Popolare Strutturata, i Regolamenti per la gestione condivisa dei Beni Comuni, i conseguenti Patti di Collaborazione fra cittadini e governo di città.
Fra le città è necessario promuovere e attuare la capacità di lavorare insieme fra i centri vicini per geografia o funzioni, in un’ottica di area vasta e non più di campanile, incrociando l’azione dei Municipi, ma anche delle associazioni di cittadini che a vario titolo operano nel territorio.
A Roma abbiamo bisogno della consapevolezza piena e attuativa che il sistema di relazioni che a livello territoriale debbono instaurarsi fra le città, a livello europeo (se non di bacino del mediterraneo) dovrà incentrarsi sulle alleanze fra Paesi PIGS[6], quelli che chiamano “porci” e che con il loro lavoro, e attraverso quei debiti che sono costretti ad accendere proprio a causa della moneta unica che tanto comodo fa alle nazioni “forti”, reggono sia il peso che le sorti dei Paesi eccedentari[7].
Non si sarebbe mai dovuto permettere la spoliazione della Grecia, ma difendere i diritti di quella nazione e cogliere l’occasione per mettere le basi di una Europa Mediterranea capace di denunciare le iniquità del mercato europeo. E cominciare un percorso ove il senso del limite e una visione conviviale sostituiscano l’ennesima grande truffa del PIL, ricorrendo ad altri indici che tengano conto sia quanto e come la vita delle persone passi veloce, sia quanto e come la felicità sia altrove dal consumo imposto dalla frantumazione delle relazioni sociali[8].
Infine, quanto alla ipotesi ventilata da qualcuno di prendere in considerazione D’Alema come ispiratore di movimenti contro un partito come il PD che di sinistra non ha più nulla – per avvenuta mutazione chi dice antropologica chi genetica – si potrà dire che una cosa è prestar orecchio a lucide argomentazioni, altra è prestar fede ad una persona sempre molto coinvolta innanzitutto da se stessa.
Gli appassionati dei Peanuts di Schulz comprenderanno al volo la metafora se ricorriamo alla immagine della egocentrata Lucy van Pelt, la quale con argomentazioni convincenti persuade Charlie Brown, e non una volta, ma tante e tante, a calciare con forza una palla ovale che toglierà all’ultimo istante.
Il finale lo conosciamo. La sinistra convinta e in buona fede calcia, e grazie a Lucy – Baffetto, che effettuerà una mossa spiazzante, si ritrova per l’ennesima volta c… a terra.

Non si chiede, con questo, di perdere la fiducia nel prossimo, ma di imparare ad amministrarla sulla scorta dell’esperienza pregressa. Sentiamo il bisogno, insomma, di un partito che si collochi con chiarezza, che affermi i propri obiettivi e che nasca già adulto, o per lo meno, senza cordone ombelicale.
[1] Intervento presentato al Congresso Provincia di Sinistra Italiana, 4 febbraio 2017, Hotel Croma, Ragusa.
[3] Principalmente grazie alla confusione legalizzata da Clinton – poi da “tutti” accettata allegramente – fra banche di risparmio e banche di investimento
[4] Cioè in mano a personaggi non eletti, che attraverso la finanza di fatto svolgono funzioni di governo fin dentro gli Stati membri, lasciando lori solo ridotti spazi di manovra su questioni secondarie e riducendo il loro reale significato
[5] La cosiddetta troika
[6] Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma in compagnia di altri, reputati “poco virtuosi” come quelli
[7] La Germania ha superato in quieto silenzio il tetto massimo consentito di avanzo commerciale
[8] Che i consumi aumentino con l’infelicità derivata dalla frammentazione delle relazioni è fatto ormai assodato.