PARTECIPARE PER (NON) DECRESCERE
L’Economia è una costruzione tutt’altro che naturale e il suo impianto attuale ha tutt’altro scopo che quello della felicità delle persone. Per porre fine alla rovinosa decrescita del senso di umanità, per smantellare l’artificiosa economia dell’infelicità, abbiamo bisogno di una cassetta degli attrezzi che si chiama Partecipazione Popolare.
Giovedì 22 novembre, nell’Aula Magna del seminario Vescovile di Noto, il filosofo, economista, obiettore di crescita – come ama definirsi – Serge Latouche ha tenuto una brillante conversazione dal titolo “Decostruire l’Economia”. Secondo l’assunto sempre più diffuso e condiviso che l’Economia è una costruzione tutt’altro che naturale, bensì proveniente dall’uomo – più precisamente, da chi al momento ha e gestisce il potere – e che, come tale, può e deve essere considerata un artificio che può essere smontato pezzo per pezzo. Se non altro, perché l’impianto attuale ha tutt’altro scopo che la felicità delle persone.
Le riflessioni che seguono non vogliono e non possono essere un commento sulla relazione di Serge Latouche, stringente e coinvolgente come sempre. Il compito assegnato all’estensore della presente nota dall’organizzatore da Don Giuseppe Di Rosa, nell’ambito della costituenda Alleanza per la Decrescita, è quello di declinare una via che possa essere percorsa dalle persone comuni, nei territori dove esse vivono la vita di tutti i giorni, con l’obiettivo di invertire un modello di crescita che sta sempe più velocemente inghiottendo se stesso.
Una riflessione che dispensa ottimismo è che siamo qui, a parlare e ad ascoltarci reciprocamente, perché siamo consapevoli che la società dei consumi si basa sulla produzione di infelicità, come afferma Stefano Bartolini nel suo Manifesto per la Felicità ((2010), ma come già ci avvisava Herbert Marcuse nel suo Uomo ad una dimensione (1964). La domanda è: ora che il nostro immaginario è ben colonizzato, e che ognuno di noi è l’ingranaggio debole della megamacchina di Ivan Illich, quali possono essere le vie d’uscita?
“La società dei consumi è l‘esito logico di una società di crescita”, scrive SL alla pagina 38 del saggio apparso su “La sinistra che verrà”, e prosegue affermando che essa “si fonda su una triplice illimitatezza: illimitatezza della produzione e quindi prelievo delle risorse rinnovabili e non rinnovabili, illimitatezza dei bisogni del consumatore – e dunque di prodotti superflui e, di conseguenza, di rifiuti – e illimitatezza, appunto, di emissione di scarti e materiali che inquinano aria, terra e acqua.” …
“Bisogna dunque ritrovare il senso del limite per preservare la sopravvivenza dell’umanità del pianeta. Con la crescita, la questione è di uscire da una società fagocitata dal feticismo della crescita.” La logica conclusione apparirà un ritorno al punto di partenza: “Perciò, è indispensabile una decolonizzazione dell’immaginario.” Insomma: come potrà mai liberarsi il prigioniero che non sa di esserlo?
Per “complicare” le cose, SL chiarisce che “Il progetto di decrescita non è quella di un’altra crescita, né quello di un altro sviluppo (sostenibile, sociale, solidale, ecc), ma piuttosto la costruzione di un’altra società “… “una società di abbondanza frugale” … “In altre parole, non si tratta di un progetto economico, seppure un’altra economia, ma di un progetto sociale “
“La questione dell’uscita dall’immaginario – prosegue – è molto complessa perché non si può decidere a tavolino di cambiare il proprio immaginario, e ancor meno quello degli altri, soprattutto se essi sono drogati di crescita”. … “Denunciare l’aggressione pubblicitaria, veicolo dell’ideologia moderna, è il punto di partenza della controffensiva per uscire da ciò che Castoriadis chiama onanismo consumistico e televisivo “
Prosegue SL “non si può dunque proporre un modello già fatto e finito di una società della decrescita, ma si può… tracciare esempi concreti di programmi di transizione.” Ogni società e ogni Paese, insomma, dovrà e potrà declinare in un modo proprio e coerente con le proprie radici.”
In definitiva, abbiamo bisogno di cavarci fuori dall’inganno degli sviluppi sostenibili , un’ossimoro la cui accettazione passiva sta comportando lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse fino allo stremo. Desideriamo, dunque, riappropriarci del nostro immaginario, ponendo un freno energico alla crescita esponenziale dell’infelicità, trovando una via possibile.
La prima sfida sta nel superare un ostacolo che potrebbe rivelarsi insormontabile e di cui scrive SL a pag 44 del suo Come sopravvivere dello sviluppo: “si è difronte a territori senza potere, alla mercé di poteri senza territorio”. Laddove il potere senza territorio è, fra gli altri, quello esercitato dagli organi tecnici non elettivi che governano la Comunità Europea. Come analizza e ricorda Lidia Undiemi nel suo “Ricatto dei mercati” (2014). Abbiamo dunque il compito di stabilire se abbiamo il potere, per prima cosa, di guadagnarci un territorio, uno spazio di azione.
Per SL la decrescita si colloca nell’area culturale che definiamo “di sinistra”: “Anche se nessun programma di governo di sinistra ha p
reso finora in considerazione la necessaria riduzione della nostra impronta ecologica, è comunque a sinistra che si possono trovare valori di condivisione, di solidarietà, di uguaglianza e fratellanza. Questi valori non possono fondarsi sul massacro delle altre specie e sul saccheggio della natura, di cui è opportuno che beneficino anche le nostre generazioni dopo di noi. Ecco perché la lotta decrescente si pone risolutamente a sinistra.”
Riportiamo questo passo pur coscienti che sarà accolto con fastidio da coloro che non si collocano a sinistra, o non sanno di appartenervi idealmente, se non altro perché confondono “la sinistra” con i partiti che in questo momento la interpretano. Ma con l’auspicio che il dramma incombente unisca gli “uomini di buona volontà”, senza riguardo per quegli steccati che proprio la colonizzazione dell’immaginario innalza per garantire la sopravvivenza – anzi la crescita – dei meccanismi del saccheggio delle risorse materiali del pianeta e immateriali dei suoi abitanti.
E se nessun partito opera per la riduzione della nostra impronta ecologica, se il possesso delle nostre menti, dei nostri gusti – e dei nostri portafogli – è altrove da noi, può essere utile incamminarsi lungo un percorso che Osvaldo Pieroni sintetizza in sei “erre”, ispirandosi alla carta Consumi e stili di vita proposta dal Forum delle ONG di Rio.
In ulteriore sintesi estrema, la prima è quella di Rivalutare i valori nei quali crediamo, per poi Ristrutturare l’apparato di produzione e i rapporti sociali in base ai valori rivalutati, procedere alla Redistribuzione delle ricchezze e l’accesso al patrimonio naturale, alla Riduzione degli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare, Riutiilizzare e Riciclare.
Il processo, per quanto delineato, apparirebbe carente nei meccanismi di autostarter, poiché sembra innegabile che la ristrutturazione rappresenti il punto maggiormente debole del processo, in quanto ostacolata dalla colonizzazione dell’immaginario. Come si potrà mai innescare, allora, il processo delle 6 R?
Uno sguardo fermo nella chioma della pianta che rappresenta la nostra società, consentirà di scorgere frutti in crescita seppure ancora dello stesso colore delle foglie. Possiamo scoprire che la redistribuzione è nell’agenda dei partiti e nella cultura della sinistra, ma anche del mondo delle imprese, che hanno forse compreso come accaparrare i profitti provenienti dall’aumento della produttività abbia distrutto il mercato interno. La riduzione degli impatti è negli obiettivi della ricerca, che seppure a f
atica ha iniziato un processo di presa delle distanze dalla “sostenibilità”. Le erre restanti, quali Riutilizzare, Riciclare, Ridurre, sono entrate nel lessico comune.
Se, dunque, le speranze non sono perse, se ci sono tante persone in cammino e molti segnali incoraggianti, dobbiamo arrivare al punto cruciale e chiedere per primi a noi stessi se siamo in grado di individuare e di far crescere un territorio aperto dove esercitare il potere di contaminarci, di condividere, di cooperare.
Giulio Marcon nel 2005 parlava di Politica Diffusa, in opposizione alla politica del giorno delle elezioni, in contrasto con quel modo di intendere i partiti come agenzie semipubbliche per l’organizzazione delle elezioni (Melchionda, 1996). Esiste una cassetta degli attrezzi a disposizione del cittadino comune che sia utile a definire ed a occupare quel territorio?
Per noi quella cassetta è nella Partecipazione Popolare Strutturata e, perciò, nel corpus degli strumenti inseriti per imperio di legge negli statuti comunali italiani nel 2000 e che oggi è necessario aggiornare. Compito che stanno affrontando, con metodologia coordinata nel Patto per la Partecipazione, sei associazioni culturali distribuite in altrettante città siciliane: Catania, Monterosso Almo, Noto, Palermo, Scicli, SIracusa. Altre potranno aggiungersi.
Si dovrà pertanto mettere mano all’aggiornamento degli statuti e dei regolamenti applicativi. Spesso, questi preziosi strumenti sono rimasti inattuati – perché la politica ha paura della partecipazione dei cittadini ai processi di conoscenza e di decisione. Occorre mettere mano ai regolamenti per la gestione condivisa dei beni comuni, diffondere gli osservatori e le consulte, applicarsi al bilancio partecipato e quello partecipativo che ne verrà. Avvicinare alla cittadinanza attiva ai grandi temi della vivibilità, ovvero mobilità e rifiuti, sui quali temi gli utenti debbono potersi esprimere e collaborare. Spazi puliti e accoglienti sono alla base di quella politica che Bartolini, come altri, concretizza nel recupero della relazionalità quale è elemento fondante della felicità.