IL NERVO SCOPERTO DELLA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA
La riunione che si è svolta il 4 aprile a Palermo tra il Presidente Musumeci, esponenti istituzionali, amministratori della città di Scicli e pezzi della comunità sciclitana sulla nota questione Acif, ‘è il paradigmatico inveramento della politica diffusa nel territorio, con il territorio e per il territorio.
Il “Palazzo” che si apre e fa pratica feconda e nutriente di democrazia partecipativa, dal basso.
Merito dell’ On. le Di Pasquale che ha “reiterato” la richiesta di un incontro con la presenza fattiva e collaborativa della comunità e delle sue espressioni più impegnate in questi ultimi due anni: Legambiente e Comitato cittadino per la tutela della salute e dell’ambiente, firmatarie del ricorso ( tuttora pendente) e – nella prima fase – unico e tempestivo argine ( colmando silenzi ed inerzie del governo “straordinario” del tempo) contro un progetto che confliggeva con il futuro immaginato e costruito dalla collettività.
La “liturgia” istituzionale che si arricchisce e si vivifica per l’appassionato contributo della collettività. e per le competenze dei suoi mondi vitali.
E’ bene ribadirlo: le comunità sono “referenti” necessari e preziosi per i decisori politici e tecnici, non meno di quelli che a tal ruolo sono chiamati per mission istituzionale.
L’incontro in commento chiude la polemica che si era sviluppata dopo il primo confronto che si era ritualmente svolto con la partecipazione del Sindaco, del Governatore e degli altri parlamentari regionali, senza che si fosse ritenuta apprezzabile la partecipazione dei mondi vitali della città,.
Appare utile, tuttavia, tornare a riflettere a margine della vicenda per trarne alcune considerazioni in tema di democrazia partecipativa.
Orbene, è innegabile che la prima riunione ha certamente rappresentato un momento di sintesi “istituzionale” alto ed al più alto livello.
E, tuttavia, tale modalità non esaurisce la dialettica politico-istituzionale.
Altre e molteplici sono, infatti, le prassi per sviluppare un confronto “ plurale” ed allargato alla società civile.
Ritenersi “appagati” dalla ortoprassi delle relazioni istituzionali, palesa un approccio culturalmente e politicamente incompiuto, inattuale, per certi aspetti elitario, comunque assai lontano dalla democrazia partecipativa continuamente evocata nei pronunciamenti pubblici, eco di quel bisogno forte, pressantemente espresso dalle moderne comunità, come una condizione per avvicinarsi ed appassionarsi alla cura “cor- responsabile” della cosa pubblica.
In altri termini l’abbandonarsi al “comfort” della “tradizionale” sintassi istituzionale, equivale a negare in un sol colpo decenni di faticosa modernizzazione che hanno trasformato il potere in funzione, in servizio ed in estrema sintesi in relazione.
Ed allora nella riunione del 4 aprile ci sembra si rispecchi quella domanda di accorciare la distanza tra casta e popolo che il voto ultimo, secondo una diffusa lettura, ha acclarato.
In ogni caso può fondatamente definirsi una testimonianza altrettanto alta e di altissimo livello di democrazia partecipativa, , epifanica, in buona sostanza, di una società aperta, pulsante, dinamica, relazionale, che fa della relazione il suo centro.
La pratica della partecipazione non può, pertanto, essere “archiviata” con il “ricorrente” ( da ultimo ci capita spesso di leggerlo in opposizione al pensiero divergente) ed esemplificativo richiamo al risultato del voto che delega gli eletti a governare la comunità, così pretendendo di liquidare ogni diversa istanza di coinvolgimento di altri attori sociali nella storia della comunità.
In estrema sintesi ci pare una rappresentazione statica della politica, cristallizzata e ingessata dentro formule organizzatorie “superate” di delega formale.
Una visione della politica come funzione, che acclama un carenza di visione estetica, atteso che la bellezza dell’arte nobile della politica è nella relazione.
Ci preme, a tal proposito, rammentare che il voto non esaurisce i processi di costruzione della democrazia, essendo questa non solo (oggi meno ancora di ieri) il diritto di eleggere i propri rappresentanti, ma anche l’altrettanto ineludibile diritto/dovere di «concorrere a determinare la politica della città…. del paese», così come recita l’art. 49 della Costituzione.
A tal fine potranno attivarsi gruppi, comitati, osservatori, associazioni di base, ed ogni altro mondo vitale non solo per discutere i temi della agenda politica, ma anche per “influire” sulla politica e “produrre” democrazia.
E’, pertanto, quanto mai singolare che la vivacità di alcuni protagonisti della comunità ben lungi dall’essere accolta e valorizzata, finisca per essere censurata, come capita con stucchevole ripetitività ( un anno fa circa palesavamo su questo blog analoghe perplessità, forse perché come viene detto siamo sempre gli stessi e…pochi, come se l’ascolto dipendesse dai numeri e non già dalla dignità di chi parla ) proprio in una stagione in cui ci si attende, per il “rovesciamento” che l’uso del termine rivoluzione aveva evocato, una feconda contaminazione tra rappresentati e rappresentati, tra eletti e popolo, tra governanti e governati.
Poi, per il vero, non tanto singolare, perché la descrizione della orizzontalità, intesa come spazio di democrazia, che si sgretola sotto il tallone di una riemergente verticalità di segno lideristico, echeggia ciò che scriveva Orwell nel suo “La fattoria degli animali” : “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più eguali degli altri”.
A questi ultimi, agli altri, tocca star fuori dalla porta e se si pensa di poter dichiarare il proprio rammarico per aver visto frustrata la legittima aspettativa che il “palazzo” fosse aperto al popolo e non riservato agli addetti ai lavori, implacabili scattano le dure reprimende delle presunte vestali della etica politica.
Perfino accuse di atteggiamenti destabilizzanti, passaggio questo sconcertante che ci rimanda alle metamorfosi della rivoluzione e dei suoi protagonisti, raccontate dallo scrittore inglese citato.
Per il vero, come sostengono molti filosofi e storici, ogni rivoluzione porta con se il suo contrario, il suo rovescio e sviluppa al suo interno, quasi banalmente per dirla con Hanna Arendt, la intolleranza e la ostilità verso il pensiero critico e divergente, ammettendo “come ortodosso” solo quello convergente e laudativo.
A tornare indietro nella storia si osserva che la stigmatizzazione del pensiero non “allineato” è una costante nei processi di affermazione della mentalità autoritaria .
Ci sembra di poter aggiungere che l’etichettare il pensiero disallineato come eversivo dell’ordine costituito ne è il sintomo rivelatore.
Mentalità autoritaria che pare avere – di questi tempi – molto appeal, ma che non per questo dismette i panni del grottesco…
Espressione di una politica macchina, in cui c’è chi guida (perché è stato eletto) e chi si (deve) lasciar guidare, senza più poter immaginare di star dentro ad una politica progetto, che è emozione partecipativa a qualcosa in cui si crede.
Ovviamente abbiamo evocato scenari “alti” e lontani dalla più modesta realtà domestica da cui abbiamo preso le mosse per sviluppare queste brevi osservazioni.
Per i primi parleremmo di eterogenesi dei fini; ricondotto alla nostra piccola periferia, di re-involuzione scortese che continua…
Per esaminare il merito, poi, della problematica Acif torneremo a “spigolare” in una prossima puntata…
Giovanni Scifo